Itinerari: Cannaregio

Uscite dalla Stazione di Santa Lucia, con le spalle alla stazione cominciate a camminare alla vostra sinistra imboccando, per un breve tratto, la fondamenta degli Scalzi e immettendovi nel Rio Terrà Lista di Spagna. State per entrare nel sestiere di Cannaregio.

La denominazione del sestiere forse deriva da Canal Regio, la denominazione data al canale che attraversa il sestiere da San Giobbe a San Geremia e che unisce la laguna al Canal Grande. E’ una delle interpretazioni più affascinanti ma più probabilmente il nome deriva da una corruzione dell’antico Cannarecium cioè luogo dove crescevano canne in grande quantità. Tale ipotesi è confermata da un documento del 1410 che recita: “Cannaregio imperciochè era chanedo et paludo con chanelle” e il fatto che una delle più antiche famiglie veneziane, i Malipiero, si insediò in questa zona e utilizzò le canne per costruire le imbarcazioni infatti con il fuoco prodotto dalla combustione della canne si scioglieva la pece che veniva utilizzata per impermeabilizzare le imbarcazioni.

Il primo monumento che si incontra è la Chiesa degli Scalzi sulla fondamenta omonima. L’imponente facciata ritmata dalle semicolonne addossate, dalle nicchie ornate di statue e coronata da un ricco frontone contrasta con il voto di povertà dell’Ordine dei Carmelitani scalzi. All’interno la decorazione è barocca realizzata nella seconda metà del XVII secolo ma è stata danneggiata da una bomba austriaca che colpì la chiesa nel 1915. Giambattista Tiepolo aveva affrescato l’interno della chiesa e rimangono tracce della sua opera nelle volte di due delle cappelle laterali.

Sul campo San Geremia si affaccia Palazzo Labia. Costruito dai Labia, famosi mercanti catalani nel XVIII secolo che vollero erigere un palazzo degno della loro potenza e del loro prestigio. Il pregio è dato dalla presenza di tre distinte facciate: quella che dà sul campo, quella sul Canale di Cannaregio e quella sul Canal Grande. All’interno la sala da ballo affrescata dal Tiepolo illustra i fasti dell’aristocrazia veneziana e celebra i Labia utilizzando come metafora scene tratte dalla vita della Regina Cleopatra.

Oltrepassando il Ponte delle Guglie e svoltando subito a destra superando Palazzo Da Mosto e Rio Terrà San Leonardo ci si addentra in una piccola calle chiamata Calle del Cristo per raggiungere il Campo San Marcuola dove si trova l’omonima chiesa. Il nome della chiesa è la contrazione dei nomi dei santi Ermagora e Fortunato. Secondo una antica credenza la chiesa fu fondata tra il IX e il X secolo dai profughi della terraferma in fuga dai Longobardi su un’isoletta detta Lemeneo. Dopo che un incendio seguito a un forte terremoto l’aveva distrutta venne rifabbricata intorno alla metà del XII secolo secondo gli schemi propri di quell’epoca dei quali però non ci rimane nessun esempio se non allo stato di frammento. La chiesa si presenta ad oggi con una facciata in mattoni incompiuta affacciata sul campo con l’imbarcadero sul Canal Grande. L’ambiente interno è ad un'unica navata. Tra le opere della chiesa sono da segnalare gli altari del Morlatier (autore tra l’altro dell’altare maggiore della Chiesa della Salute) e una Ultima Cena dipinta da Jacopo Tintoretto. L’ambiente risulta compatto e unitario grazie anche alla disposizione simmetrica di otto altari lungo la navata.

Lungo la Strada Nova, l’importante arteria che taglia longitudinalmente tutto il sestiere di Cannaregio e collega la zona della ferrovia con la zona che prelude a San Giovanni e Paolo e San Marco sulla sinistra, circa a metà, si apre il Campo di Santa Fosca sul quale a destra sorge la chiesa omonima. Pare che le origini della chiesa siano antichissime e possano risalire al X secolo quando le spoglie della santa vennero trasferite nell’isola di Torcello. Le prime notizie però risalgono al 1297 e sono realtive al restauro dell’edificio. Nel campo antistante la chiesa sorge il monumento a Fra Paolo Sarpi, teologo e consigliere della Repubblica che qui subì il tentato omicidio da parte dei sicari del papa la sera del 5 ottobre 1607.

Alla fine della Strada Nuova si trova la Chiesa dei Santi Apostoli che insiste sul campo omonimo. La leggenda vuole che questo tempio sia stato eretto dal vescovo di Oderzo San Magno che un giorno, mentre pregava, vide apparire l’intero coro glorioso dei dodici apostoli che gli ordinò di erigere una chiesa nel luogo dove egli avesse incontrato un gruppo di dodici gru. Il luogo individuato si trova proprio in questo punto del quartiere di Cannaregio, dove storicamente si insediò uno dei primissimi nuclei di abitatori delle isole veneziane. La chiesa era presente fin dal 1021 quando subì una radicale ricostruzione. Nuovi interventi avvennero nei secoli successivi e in particolare nel Quattrocento quando venne costruito un porticato a protezione della facciata laterale, la sacrestia e la cappella della famiglia Corner. Delle modifiche subite dalla chiesa oggi non rimane quasi nulla fatta eccezione per la Cappella Corner la cui edificazione venne affidata all’architetto Mauro Codussi. Sull’altare si impone il bellissimo capolavoro di Giambattista Tiepolo raffigurante La Comunione di Santa Lucia una delle opere più ricca di spiritualità del pittore databile al 1746-48. All’interno si trova anche un’altra opera importante attribuita a Paolo Caliari detto il Veronese che rappresenta un episodio biblico La Caduta della Manna . Nella Vita dei Dogi l’opera scritta da Martin Sanudo, importante cronachista veneziano, si racconta che fu in questa chiesa che, nel 1105, scoppiò quel terribile incendio che distrusse non solo tutta la contrada ma anche gran parte della città. Nella Parrocchia dei Santi Apostoli abitò per un certo periodo il poligrafo dissacratore e libertino Pietro Aretino e tra le sue mura tenne più volte i suoi sermoni il Padre Generale dei Cappuccini Bernardino Ochino, campione delle idee religiose riformate che nel 1542 fu costretto a fuggire a Ginevra in Svizzera per sfuggire all’Inquisizione Romana.

Sul lato opposto del campo di Santi Apostoli si trova l’edificio che anticamente ospitava i confratelli della Scuola devozionale dell’Angelo Custode e che dal 1813 è diventato la sede per il culto dei cristiani luterani.

Al numero civico 2040 di Cannareggio nel Campiello Vendramin sorge il Palazzo Vendramin Calergi. Per il suo perfetto equilibrio il Palazzo è considerato la maggiore espressione del Rinascimento a Venezia. Il progetto del palazzo fu affidato a Mauro Codussi nel XVI secolo e, nei due secoli seguenti, divenne il modello delle grandi dimore veneziane. Qui visse il grande compositore Richard Wagner che vi morì il 13 febbraio 1883. Il Palazzo ospita, dal 1946, il Casinò Municipale.

Nella traettoria che porta verso le Fondamenta Nuove si trova la fondamenta dei Mori con l’omonimo campo che prende il nome dalle tre statue maschili con turbante del XIII secolo addossate agli edifici del campo. Un quarto moro che si trova ai piedi del ponte “Sior Antonio Rioba” dal naso di ferro era, come il romano Pasquino, il portavoce dei veneziani nella satira contro la Repubblica.

Decentrata nella zona più periferica del sestiere, all’estremità della città sorge la Chiesa della Madonna dell’Orto. In quest’area un tempo erano difusi orti e giardini, in uno spazio un tempo fortemente interessato dai traffici di mercanzie provenienti dalla terraferma. Non a caso, inizialmente, il santuario venne intitolato a San Cristoforo patrono dei viaggiatori, dei pellegrini dei mercanti e dei traghettatori ma poi nel 1377 venne dedicato alla Madonna per via di una statua un tempo presente nell’orto della chiesa ritenuta miracolosa da molti fedeli. Il campo su cui si affaccia la chiesa è uno degli ultimi campi a Venezia ad avere mantenuto la pavimentazione in cotto spinato. La chiesa, risultato di varie fasi costruttive, costituisce uno dei più significativi e completi esempi di architettura gotica veneziana. L’interno è a tre navate concluse da tre cappelle delle quali quella absidale ha forma pentagonale. Il soffitto è a cassettoni e all’interno della chiesa si trovano numerosi capolavori. A sinistra della chiesa svetta il campanile databile agli ultimi decenni del Quattrocento e sul lato destro il chiostro del convento soppresso che è stato oggetto di un recente restauro. A sinistra si trova invece l’edificio che un tempo fu sede della Scuola di San Cristoforo detta dei Mercanti la cui costruzione iniziò nel 1570 su disegno di Andrea Palladio e che un tempo era decorato con i lavori di Jacopo Tintoretto e Paolo Veronese, opere che si trovano oggi presso le Gallerie dell’Accademia. Jacopo Tintoretto ebbe residenza abituale in questa parrocchia dal 1555 e infatti volle farsi seppellire sotto l’altare dell’abside destra, accanto ai suoi figli.

La Chiesa di Sant’Alvise nell’omonimo campo a Cannaregio 3282 è la più appartata della città. Secondo la tradizione una nobile veneziana Antonia Venier ebbe in sogno l’apparizione di Sant’Alvise nel 1383 che gli mostrò dove avrebbe dovuto erigere un tempio. La chiesa venne edificata tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV secolo a spese della nobildonna che si ritirò a vivere nel convento annesso per professare la regola agostiniana. Si presenta in semplici moduli gotici, a pianta basilicale con pareti e facciata in mattoni. All’interno della chiesa si trovano tre dipinti giovanili di Giambattista Tiepolo rappresentanti episodi della vita di Cristo. Dietro alla chiesa sorge il bel campanile trecentesco, in cotto, con la tipica cuspide conica a pigna e guglie agli angoli che eretto contestualmente alla chiesa ha mantenuto l’originaria struttura gotica.

Dal Campo di Sant’Alvise, tagliando in diagonale in direzione del centro del quartiere, oltrepassando la calle di Capitelli, la calle della Malvasia e le Fondamenta degli Ormesini si giunge al quartiere ebraico, il quartiere dove fino dal 1516 per volere della Signoria dovevano abitare gli ebrei residenti a Venezia. La Serenissima, pur difendendo l’integrità della fede cattolica, cercava di mantenere una certa tolleranza verso tutte le fedi religiose a patto che non facessero opera di proselitismo o non dessero scandalo. Tale politica era dettata dall’esigenza di mantenere buoni rapporti politici e commerciali con culture e religioni diverse. Gli ebrei rappresentavano a Venezia il tramite per il commercio con il mondo greco. Tuttavia la loro presenza suscitava malumori da parte dei cristiani anche per l’invidia che gli ebrei scatenava a causa delle loro ricchezze, molti di loro erano infatti banchieri o usurai ma ciò si spiega con il fatto che era proibito loro esercitare le arti manuali.

Si decise, nel 1516 di relegarli in una piccola insula circondata da un anello d’acqua, posta a Cannaregio, vicino a San Geremia chiamata Ghetto Vecchio. L’origine di questo nome pare provenga dal fatto che in questa zona un tempo esistevano delle fonderie pubbliche dove si gettavano, cioè si fondavano le bombarde e, per traslazione, questo termine divenne sinonimo di ambiente coattivamente abitato da ebrei.

Dopo la caduta della Repubblica nel 1797 il Ghetto fu aperto e gli ebrei furono liberi di stabilirsi dove volevano e di partecipare alle attività cittadine liberamente. Il Ghetto, all’interno del quartiere e della città, ha un tracciato urbanistico unico con le case altissime strette le une alle altre ( si raggiungono altezze di otto piani) per poter recuperare spazio necessario ad accogliere tutti gli abitanti che componevano la comunità ebraica. Tra le case spuntano le cupole delle sinagoghe dette anche scuole. Le Scuole sono cinque come le nazioni in cui è organizzata la comunità ebraica: la Scuola Granda Tedesca, la Scuola Canton, la Scuola Italiana che sorgono nel Ghetto Nuovo, la Scuola Spagnola ( progettata da Baldassarre Longhena nel XVII secolo) e la Scuola Levantina che sorgono nel Ghetto Vecchio.

Al 2902/B di Cannaregio si trova il Museo Ebraico che conserva oggetti religiosi soprattutto stoffe e argenti. E’ possibile abbinare alla visita del Museo anche la visita delle sinagoghe, se ne possono visitare tre delle cinque presenti. Da ricordare che il museo è chiuso il sabato e durante le festività ebraiche.

Dalle Fondamenta Nuova in direzione di Castello si imbocca la Fondamenta della Misericordia e si raggiunge la Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, esempio perfetto e compiuto dell’architettura rinascimentale Veneziana. Fu progettata da Pietro Lombardo e, dal momento che si tratta di un unicum, non dovrebbe essere trascurata neppure dal più frettoloso dei turisti. Fu iniziata nel 1481 e ultimata nel 1489 e il progetto dalla realizzazione alla decorazione è opera di un unico artista e della sua bottega. Molto piccola rispetto alle altre chiese veneziane è un vero scrigno di tesori, oggetto di una decorazione totale quasi ci si fosse trovati di fronte ad un Horror Vacui Ante Litteram: marmi colorati, sculture, rilievi di eccezionale fattura ornano ogni angolo interno ed esterno con un risultato assolutamente stupefacente. L’interno ad una sola navata presenta, sopra l’ingresso principale, il coro pensile delle monache francescane di Santa Chiara. Sia il soffitto del coro, sia la volta sono intagliati a cassettoni dorati con all’interno dei cinquanta riquadri, piccoli dipinti su tavola in stile tizianesco eseguiti nei primi anni del XVI secolo

Lungo la Strada Nuova in direzione SS. Apostoli la piccola calle Cà d’Oro conduce al Palazzo omonimo. Il palazzo fu costruito nella prima metà del XV secolo dalla famiglia Contarini e deve il nome alla bellezza dell’architettura che, nei secoli, è stata abitata da diverse famiglie. Il barone Giorgio Franchetti, l’ultimo proprietario, acquistò l’edificio e cominciò un paziente lavoro di restauro dell’immobile di cui ripristinò la struttura originaria recuperando anche dei pezzi che erano scomparsi. L’intenzione del barone era quella di creare un museo in cui sia il contenitore che il contenuto fossero delle opere d’arte. Così nei due piani dell’edificio il barone fece sistemare i pezzi delle sue collezioni: sculture, bronzi, mobili. Alla sua morte il lavoro di ampliamento delle collezioni venne portato avanti e vennero inclusi anche gli affreschi strappati dal Fontego dei Tedeschi di Giorgione e Tiziano. Recentemente la galleria ha aperto altre sale nell’attiguo Palazzo Duodo nelle quali sono esposte frammenti di ceramica e maiolica lagunari che costituiscono oggi la più grande raccolta pubblica di ceramiche veneziane.
 

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