Itinerari: Castello

Il sestiere Castello si trova ad est della città e comprende tutta la coda di Venezia: con San Pietro e Sant’Elena confina con la laguna arrivando con la riva degli Schiavoni fino a San Marco e tangendone l’omonimo sestiere ingloba a nord tutto il vasto complesso dell’Arsenale. Pare che il nome derivi da un antico presidio militare che si trovava sull’estrema punta est. San Pietro di Castello fu certamente uno dei nuclei iniziali della città. L’urbanizzazione si sviluppò attorno all’Arsenale grazie alla costruzione della abitazioni occupate da quanti lavoravano nei dintorni: nella piccole e grandi officine, nei granai, nei forni e nei grandi magazzini di raccolta per le merci. Nella zona più a nord si stabilirono i conventi dei domenicani di San Giovanni e Paolo e dei francescani di San Francesco della Vigna. Nella parte a est i Giardini Pubblici e la Via Garibaldi furono realizzati in epoca napoleonica.

Subito dopo Piazza San Marco, il campo dei Santi Giovanni e Paolo, intitolato ai due fratelli e ufficiali romani martirizzati nel 363 per ordine di Giuliano l’Apostata è certamente il più monumentale e il più ricco di suggestioni storiche, architettoniche e di opere d’arte. Centro pulsante della vita cittadina è uno dei luoghi prediletti dai veneziani. La costruzione della Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo cominciò molto probabilmente nella seconda metà del XIII secolo. I lavori iniziarono dalla parte absidale, si proseguì con la navate e infine si terminò con la facciata. Lo stile delle absidi si identifica con i modi del gotico trecentesco. La facciata dei Santi Giovanni e Paolo è di tipo conventuale in cotto. E’ tripartita da lesene che si concludono in alto con edicole marmoree. Le absidi grandiose e perfette sono da annoverare tra i capolavori del gotico italiano. Sul campo antistante la chiesa si trova il monumento equestre di Bartolomeo Colleoni, inaugurato il 21 marzo 1496 e realizzato da Andrea di Francesco di Cione detto il Verrocchio, grande maestro di Leonardo da Vinci. Il condottiero, al servizio delle Signoria durante le campagne di conquista dei territori lombardi, aveva espresso il desiderio che alla sua morte questo monumento fosse collocato di fronte a San Marco, intendendo chiaramente la Basilica di San Marco. Ma la Repubblica da sempre contraria a qualsiasi forma di culto della personalità pensò bene di accontantare l’ultimo desiderio del suo valoroso condottiero trovando un comodo escamotage: il monumento fu collocato di fronte alla Scuola di San Marco non di fronte alla Basilica. All’interno l’altare maggiore, restaurato nel XVII secolo, è molto probabilmente opera di Baldasserre Longhena. Sono due i caratteri che segnano lo spazio architettonico della chiesa: da una parte la semplicità della pianta e delle strutture portanti che si identificano perfettamente con lo spirito povero e severo dell’ordine domenicano, dall’altra la maestosità dell’edificio e l’ostentazione dei monumenti funebri dal momento che costituisce il vero e proprio mausoleo dei dogi e delle figure eminenti della Repubblica.

Il campo di Santa Maria Formosa si apre al limite fra il sestiere di San Marco e quello di Castello ed è uno dei campi più vasti e urbanisticamente interessanti di Venezia. Nel cuore del campo sorge la Chiesa di Santa Maria Formosa. La chiesa primitiva aveva uno schema planimetrico a croce greca. Nel 1492 fu decisa una totale ristutturazione dell’edificio e l’incarico per il progetto fu dato a Mauro Codussi che già aveva sperimentato a Venezia i suoi schemi protorinascimentali. Codussi adattò, sulla pianta a croce greca, la pianta latina a tre navate con presbiterio e absidi semicircolari. Lo spazio della chiesa dopo la ristrutturazione venne moltplicato e l’architettura comunica un senso di forte equilibrio spaziale e di semplicità accentuati dal gioco della luce negli spazi interni. L’essenzilità e l’eleganza delle soluzioni è accentuata anche grazie all’uso ridotto della decorazione e al semplice gioco cromatico tra il grigio dei marmi e il bianco degli intonaci alle pareti e sulle volte. Il prospetto ha un disegno a capanna tripartito da pilasti corinzi. All’interno si trova un capolavoro dipinto da Bartolomeo Vivarini del 1473, il Trittico della Misericordia. Eseguito con la tecnica della tempera all’uovo. Un altro importante ciclo si trova nella terza cappella di destra eseguito da Jacopo Negretti detto Palma il Vecchio. Al primo piano nell’oratorio sono conservati i dipinti di Giandomenico Tiepolo e un’opera del Sassoferrato.

Alla Chiesa di Santa Maria Formosa è legata la celebrazione della Festa delle Marie. Il doge in persona si recava, una volta all’anno in visita a Santa Maria Formosa, nel giorno della purificazione di Maria Vergine per ricordare l’episodio del rapimento di dodici ragazze da parte dei pirati istriani poi liberate dai veneziani guidati dal doge Candiano III. La grande festa in memoria di questo fatto entrò nella tradizione con il nome di Festa delle Marie che divenne poi Festa de le Marie de Tole quando le ragazze portate in processione per ricordare le fanciulle rapite furono sostituite da manichini di legno.

Subito dietro la Chiesa di Santa Maria Formosa sorge l’Oratorio di Santa Maria della Salute chiamato così perché nel piccolo edificio vi era una immagine sacra della Vergine molto venerata dalla popolazione. All’interno si trovano opere di Giambattista Tiepolo, Giuseppe Porta detto il Salviati, Antonio Balestra e Paolo Pagani.

Sempre dietro la Chiesa di Santa Maria Formosa si trova il Palazzo Grimani. L’edificio è visitabile previo appuntamento al numero di tel 041.275 04 62. Il Palazzo risalente al XVI secolo era un tempo un vero e proprio museo celebre per le raccolte di archeologia dei Grimani (la loro collezione greco-romana, donata alla Repubblica nel 1593, costituì il primo nucleo del Museo Archeologico). Si possono vistare le sale del primo piano introdotte da una splendida scala monumentale. All’interno del palazzo lavorò, tra gli altri, Federico Zuccari.

Dal Campo dei Santi Giovanni e Paolo percorrendo la salizada omonima e imboccando quindi la Barbaria delle Tole, oltrepassando il Rio di Santa Giustina si raggiunge la Chiesa di San Francesco della Vigna. Il tempio è chiamato della Vigna poiché nel 1253, Marco Ziani, figlio minore del Doge Pietro donò un esteso appezzamento di terreno coltivato a vigna ai Frati Minori i quali, successivamente, decisero di costruirvi una chiesa. Nella prima metà del Cinquecento si decise di ampliare l’architettura preesistente e si diede l’incarico a Jacopo Sansovino. L’edificio subì in realtà parecchie modifiche rispetto al progetto originario del Sansovino. La chiesa è a croce latina, la navata centrale è molto ampia e su ogni lato si aprono cinque grandi cappelle. Jacopo Sansovino aveva relizzato il prospetto della chiesa secondo un modello tripartito con un frontone triangolare ispirandosi alle chiese fiorentine realizzate da Filippo Brunelleschi. Tuttavia, dopo quasi tent’anni dall’inizio dei lavori la chiesa era ancora priva della facciata e a completarla fu chiamato Andrea Palladio. A fronte della magnificenza della facciata si deve riscontrare l’essenzialità dell’interno nonostante non manchino capolavori di pittura e scultura.

Per raggiungere la chiesa di San Zaccaria si percorre la riva degli Schiavoni fino a quando si esce sul Campo di San Zaccaria, un campo silenzioso, lontano dal trambusto dei turisti. I gatti sono gli angeli custodi di questo santuario. (Una curiosità, si racconta che a Venezia, prima della Seconda Guerra Mondiale ci fossero 40.000 gatti). Anticamente questo campo era considerato uno spazio sacro perché riservato alle monache. La chiesa di San Zaccaria ha avuto una storia architettonica molto complessa e ricca di eventi che interessarono anche il monastero annesso. Nel tempo si sono succeduti numerosissimi e radicali interventi di ristrutturazione. Il monastero fu, nella storia della Repubblica, il più sovvenzionato dal Governo sebbene esso fosse noto per i costumi non proprio morigerati delle monache che lo abitavano e che appartenevano alla nobiltà e costrette dunque a prendere il velo per meri interessi familiari. Il legame tra il Palazzo e San Zaccaria fu sancito nel corso dei secoli dagli stessi dogi che, ogni anno, nel secondo giorno di Pasqua si recavano in solenne visita al monastero e alla chiesa. La visita era volta a ratificare i rapporti stabilitisi tra Governo e istituzioni religiose della città. Nel corso del medioevo la chiesa di San Zaccaria divenne il vero e proprio Pantheon veneziano in quanto vi trovarono sepoltura ben otto dogi. La chiesa si presenta adesso, dopo le successive ristrutturazioni, equilibrata nelle masse e con una perfetta armonia di pieni e di vuoti. L’interno è a tre navate divise da colonne poggianti su plinti poliedrici. L’abside pentagonale coronata da cappelle radiali semicircolari si apre su un deambulatorio aperto a giorno con due ordini di arcate: questo tipo di stuttura è l’unico esempio a Venezia. Tra le opere possedute dalla chiesa la più importante è sicuramente la Sacra Conversazione di Giovanni Bellini, datata 1505. L’opera era stata trasferita a Parigi nel 1797 in seguito alle soppressioni napoleoniche ma, per fortuna, fu restituita nel 1815 e ricollocata nell’altare. All’interno si trova anche un’opera del genovese Bernardo Strozzi e una di Jacopo Palma il Giovane. La Cappella di San Tarasio, chiamata la Cappella d’Oro e che costituiva l’abside della primitiva chiesa, racchiude splendidi capolavori quattrocenteschi a cominciare dagli affreschi del catino absidale, opera del fiorentino Andrea del Castagno (1422) che rappresentano una delle rarissime testimonianze di arte toscana a Venezia. Altro luogo carico di storia e di arte all’interno di San Zaccaria è la cappella di Sant’Atanasio dove si conserva La Nascita di San Giovanni Battista di Jacopo Tintoretto del 1563. Si possono inoltre ammirare opere di Tiepolo, di Jacopo Palma il Vecchio, di Bassano e una Crocifissione di Van Dick.

Proseguendo lungo la riva degli Schiavoni si può effettuare una visita alla chiesa di San Giovanni in Bragora. Cosa voglia dire il vocabolo bragora è impossibile da sapere. Le interpretazioni più diffuse sono tre anche se nessuna convince completamente. Secondo la prima delle ipotesi la parola deriverebbe da Brago cioè fango o melma a indicare il canale di scolo il che significherebbe che la chiesa sorge in una zona un tempo una zona un tempo paludosa. La seconda ipotesi etimologica riconduce alla lingua greca e al vocabolo “piazza”, un luogo dove si teneva il mercato. La terza ipotesi farebbe derivare il termine da bragolare cioè andare a pescare con determinati attrezzi. In ogni caso ogni ipotesi spinge ad ipotizzare un ambiente urbano molto popolare e in effetti questa parrocchia era abitata da artigiani, commercianti e stranieri. Non si dimentichi che nelle vicinanze c’erano la Scuola Dalmata e la Scuola dei Greci e che nella chiesa si riunivano oltre ai Sabbioneri anche i Filacanavi cioè i cordai che lavoravano nel vicino Arsenale.

Il grande compositore Antonio Vivaldi nacque e abitò in questa parrocchia e fu battezzato nella Chiesa di San Giovanni in Bragora.

Proprio sulla riva degli Schiavoni sorge la Chiesa della Pietà e accanto ad essa sorgeva una volta un istituto femminile per l’infanzia abbandonata nel quale le giovani ospiti venivano avviate principalmente all’apprendimento del canto e della musica per i servizi religiosi. Nella loro educazione artistica si distinse certamente il “prete rosso” Antonio Vivaldi che qui svolse la sua attività di maestro per oltre quarant’anni dal 1703 al 1740. All’interno della Chiesa della Pietà le opere di maggior pregio presenti sono gli affreschi di Giambattista Tiepolo posti sul soffitto dell’entrata, della navata e del presbiterio. Qui si trova anche un’opera di Giambattista Piazzetta rappresentante La Visitazione. Tutte le spese per la costruzione dell’altare maggiore e per la sua decorazione furono sostenute dalla famiglia Forscarini il cui stemma si trova inciso sulle basi delle grandi colonne tutte intorno all’altare.

Inoltrandosi tra le calli alle spalle della Chiesa della Pietà si raggiunge la Chiesa di San Giorgio dei Greci. Le origini della comunità greca a Venezia risalgono a tempi antichissimi. Con la IV Crociata e la presa di Costantinopoli (1204) moltissimi immigrati andarono ad ingrossare le fila di questa etnia impegnati soprattutto nei commerci e nei traffici marittimi ma molti ne arrivarono anche nei secoli successivi. Con essi arrivarono la cultura, gli oggetti preziosi le opere d’arte del millenario mondo greco bizantino che, a mano a mano, andava scomparendo. Inizialmente la comunità non aveva un luogo dove celegrare le propprie funzioni ed era sempre costretta a cercare ospitalità nelle chiese di rito cattolico. Nel 1511 la comunità greca chiese al Senato della Repubblica di poter costruire un proprio tempio, uno scuola, un collegio, un cimitero e alcune abitazioni. La chiesa venne dedicata a San Giorgio martire. Il campanile della chiesa ebbe un cedimento nel 1578 e appare ancora oggi pendente. La chiesa è ad un'unica navata rettangolare sulla quale si erge la cupola. La navata, come tutte le chiese di rito greco-ortodosso è separata dal presbiterio da una ricca iconostasi finemente decorata con figure marmoree e pittoriche di scuola greco-bizantina (la messa di rito greco deve essere celebrata sull’altare chiuso alla vista dei fedeli). Le pareti sono decorate a mosaico secondo l’uso bizantino. Sulla porta laterale da notare l’arca funebre, opera giovanile di Baldassarre Longhena, di Gabriele Severo di Malvasia, primo vescovo ortodosso residente a Venezia. Fanno parte della chiesa anche numerosissime icone, non sempre esposte, conservate nella vicina scuola e offerte alla vista dei fedeli solo in determinate occasioni o cerimonie. Tra queste ricordiamo la Vergine Occulta che viene esposta al pubblico soltanto durante i primi quindici giorni di agosto per la festa dell’Assunta. La tradizione vuole che l’icona sia appartenuta agli imperatori bizantini e che, scomparsa durante il sacco di Costantinopoli, fu miracolosamente ritrovata da una principessa che la trasportò a Venezia. Contigua alla chiesa è la Scuola di San Nicolò dei Greci eretta da Baldassarre Longhena.

L’itinerario ai monumenti di Castello può terminare con la visita alla Chiesa di San Pietro di Castello che sorge sull’isolotto di Olivolo. Prima della opera ottocentesca di interramento volta a riavvicinare l’isola di Sant’Elena a Venezia l’isola di Olivolo era la zona più estrema della città e separata dal contesto urbano da un lungo canale.

La Chiesa di San Pietro un tempo era la cattedrale di Venezia fin quando il titolo passò alla Basilica di San Marco nel 1797. Nel corso dei secoli la chiesa ha subito numerosi rimaneggiamenti. La facciata si presenta oggi tripartita con il partito centrale notevolmente più alto, definita da quattro semicolonne poggiate su alti basamenti e coronata da un timpano. Un grande portale si apre al centro contornato da lesene corinzie, festoni e un altro timpano. Il progetto venne realizzato da Andrea Palladio e concluso dai suoi discepoli. L’edificio ha schema planimetrico a croce latina a tre navate suddivise da tre ampie arcate per lato, ad ogni arcata corrisponde, sulla parete di fondo, un altare. Il campo omonimo è parte integrante della chiesa e presenta caratteristiche peculiari non riscontrabili negli altri campi della città. Lo spazio è tenuto a verde e insolitamente disegnato da percorsi obbligati in pietra.

Ma già che siete nei pressi di San Pietro di Castello non perdete l’occasione di visitare l’Arsenale, un luogo così importante per la storia della città che un vecchio proverbio così recitava “Chi vede Venezia e no vede l’Arsenal vede el manego ma no vede el bocal”. E’ un vasto territorio a nord-est della città cinto da alte mura merlate. Era il cantiere da cui uscivano le navi da guerra e i mercantili che fecero la fortuna e la grandezza della Serenissima. Il termine Arsenale deriva dalla parola araba darsina’a che significa assieme darsena e cantiere. Le mura che circondano la zona dell’Arsenale erano così alte da non poter essere scavalcate ma abbastanza basse da mimetizzarsi tra le case per non essere visibili da lontano; anche le torri quadrate erano più basse dei vari campanili della città. Tutto ciò era dettato da motivi di sicurezza militare e per preservare i segreti con i quali la Serenissima rendeva solide e imbattibili la proprie navi.

Nel 1579 venne ricostruita e ampliata su progetto di Antonio Da Ponte la Casa del Canevo adibita alla fabbricazione delle corde detta anche Corderia o Tana. Quest’ultima denominazione proviene dal fiume Don (Tanai) alla foce del quale i veneziani acquistavano la canapa necessaria per le corde e che proveniva dalla Persia.

Al giorno d’oggi, dopo molte trasformazioni, l’Arsenale è stato restituito alla città con tutto il suo valore storico e culturale. Vi sono alcuni cantieri civili, una guarnigione della Marina Militare, vi si effettuano mostre delle quali la più importante è sicuramente la Biennale d’Arte Moderna, convegni, spettacoli, concerti.
 

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