Itinerari: Dorsoduro

Il nome Dorsoduro deriva forse dai dossi, rialzi di terra che evidentemente esistevano un tempo in quella zona diventata sestiere; comprende tutta la striscia a sud della città dalla Punta della Dogana all’attuale stazione marittima, assieme all’isola della Giudecca. E’ delimitatto dalle Zattere sul Canale della Giudecca a sud, dai sestieri di Santa Croce e San Polo e dall’ultimo tratto del Canal Grande a nord, dalla Punta della Dogana a est e dal Canale della Scomensera a ovest.

La zona delle Zattere e dell’Accademie è considerata una delle zone più esclusive della città, ospitando anche rari esempi di architettura residenziale veneziana moderna.

Superate il Ponte dell’Accademia e portatevi sulla destra fino a raggiungere attraverso le calli il Museo del Settecento Veneziano di Cà Rezzonico. Il Palazzo, affacciato sul Canal Grande, fu fatto costruire dal patrizio letterato Filippo Bon che affidò il progetto a Baldassarre Longhena. Verso la metà del Settecntom passò alla famiglia Rezzonico che lo ingrandì sopraelevendolo di un piano e arricchendo le stanze con decorazioni e afferschi di noti artisti quali Giambattista Tiepolo, Giovanni Crosato e Giacomo Guarana.

Dopo essere passato a diversi proprietari fu acquistato nel 1935 dal Comune. A quella data risale la realizzazione del Museo. Particolarmente interessanti sono, al secondo piano, la sala dedicata a Francesco Guardi e la sala detta delle lacche verdi con mobili d’eccezione. Al terzo piano sono collocate le testimonianze piùintime e dirette del costume veneziano del XVIII secolo: marionette, abiti, una farmacia che è probabilmente la cosa che colpisce di più. E’ stata ricostuita una autentica spezieria con gli arredi, i vasi, le attrezzature.

Appena superato il Ponte dell’Accademia si trovano le Galleria dell’Accademia, la più antica e completa pinacoteca cittadina che illustra la storia della pittura veneziana dal Trecento al Settecento. Le Gallerie sono ospitate in architetture rappreesentative della vita civile, storica e artistica della città: la Chiesa di Santa Maria della Carità, la Scuola Grande della Carità, il Convento dei canonici Lateranensi. Della Scuola Grande della Carità, la più antica delle nove Scuole Grandi si possono oggi ammirare la sala del Capitolo e la Sala dell’Albergo.

La prima conserva lacerti di affreschi del Xv secolo e il soffitto ligneo del medesimo periodo, inoltre un trittico di Antonio Vivarini e Giovanni d’Alemagna del 1446, La Presentazione della Vergine al Tempio di Tiziano Vecellio e il reliquiario donato alla Scuola nel 1463 dall’umanista cardinale Bessarione.. Il primo nucleo del museo è la Collezione dell’Accademia dei pittori al quale si andarono ad aggiungere molte altre opere che arrivarono da conventi e chiese soppressi in base alle leggi napoleoniche. A questi si aggiunsero presto legati e donazioni di ricchi e nobili collezionisti. Nel 1866 la galleria passarono allo Stato Italiano. Tra le opere più significative possedute dal museo:alcuni polittici del XV secolo di Paolo e Lorenzo Veneziano, il San Girolamo di Piero della Francesca, il San Giorgio di Mantegna, La Vergine di Cosmè Tura, opere dei Bellini, La Tempesta e La Vecchia di Giorgione; i Teleri della Scuola di Sant’Orsola del Carpaccio, la Pietà di Tiziano e interi cicli di Tintoretto e Veronese. Di ques’ultimo si conserva anche la grandiosa Cena in Casa Levi oggetto di una disputa tra Veronese e il Sant’Uffizio che l’accusò di irriverenza per aver lasciato andare troppo liberamente la sua fantasia coloristica. I secoli successivi sono rappresentati da Liss, Strozzi, Mazzoni, Tiepolo, Longhi, Rosalba Carriera, Marco Ricci, Canaletto, Guardi.

A poca distanza dalle Gallerie dell’Accademia dirigendosi verso la Chiesa di Santa Maria della Salute si trova il palazzo che ospita una prestigiosa raccolta di opere d’arte contemporanea nota in tutto il mondo. Sono rappresentate, tra le sue raccolte, le più importanti avanguardie europee e americane della fine dell’Ottocento e del Novecento. La collezione è’ ospitata a Palazzo Venier dei Leoni per oltre trent’anni abitazione della collezionista e mecenate americana Peggy Guggenheim, proprietaria della raccolta e, dal 1979, passato in proprietà alla Salomon R. Guggenheim Foundation di New York. Le opere all’interno sono sistemate secondo un rigido schema per correnti figurative mentre in giardino e sulla terrazza affacciata al Canal Grande sono collocate le sculture. Tra gli artisti più rappresentativi: Arp, Picasso, Magritte, De Chirico, Mirò, Pollock, Mondrian, Ernst, Klee, Marini.

La Scuola Grande di Santa Maria dei Carmini, progettata da Baldassarre Longhena secondo un impianto classicistico si affaccia sul campo omonimo sul quale insiste anche la facciata della Chiesa di Santa Maria dei Carmini. Il prospetto della Scuola contrasta fortemente con l’aspetto gotico della chiesa: il bianco della pietra d’Istria contro il rosso dei mattoni a vista. All’interno della Scuola nella Sala del Capitolo si trova al centro del soffitto ad intagli un capolavoro di Giambattista Tiepolo l’Apparizione della Vergine a San Simone Stock (1744), una spettacolare e sensuale opera che sembra prefiguarare l’estetica del sublime. Appartengono alla Scuola dipinti di Giambattista Piazzetta, Giustiniano Menescardi e altri. La Scuola giunta pressochè intatta va considerata pinacoteca pienamente rappresentativa del Settecento veneto.

La Chiesa di Santa Maria dei Carmini fu fondata dai frati carmelitani nel penultimo decennio del XIII secolo e completata nel 1348. Lo stile è senza dubbio quello di una fabbrica tipicamente gotica che però, a causa dei numerosi interventi successivi ha subito delle modifiche sebbene non sostanziali. La pianta è di forma basilicale allungata a tre navate con transetto e un presbiterio profondo ai cui lati sono poste delle cappelle. Nei primi del Cinquecento venne modificata la facciata che oggi si presenta in forme tipicamente rinascimentali con coronamento curvilineo a semicerchio in corrispondenza della navata centrale e a quarto di cerchio invece in corrispondenza di quelle laterali. Davvero notevoli le statue collocate a coronamento della facciata attribuite a Giovanni Buora.

L’interno della chiesa è austero e solenne, spazioso e pieno di luce per gli ampi finestroni centinati aperti sulle vele della volta a botte. Le colonne delle navate in due file da dodici e in pietra d’Istria sono alte e sottili, collegate fra loro da catene lignee e coronate da semplici capitelli trecenteschi. I rimaneggiamenti che la chiesa subì tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII hanno modificato pesantemente la decorazione della navata centrale. La decorazione pittorica e plastica è molto ricca e di pregio. Nel secondo altare della navata destra si trova un’opera di Giambattista Cima di Conegliano raffigurante una Natività (1510). Uno sguardo attento merita anche il soffitto la cui volta è affrescata con una Gloria di Angeli di Sebastiano Ricci (1709). Nello spazio della sacrestia si trova una bellissima Annunciazione di Jacopo Palma il Giovane e una particolare Madonna Glykophilusa (“che bacia dolcemente”) di un anonimo pittore veneto-cretese del XVI secolo. In uno degli altarei della chiesa si può ammirare una tela di Jacopo Tintoretto con la Presentazione di Gesù al Tempio.

Tra le opere possedute dalla chiesa ci sono dipinti di Schiavone, Paolo Veneziano, una splendida opera di Lorenzo Lotto del 1529 che raffigura San Nicolò e Angeli, il Battista, Santa Lucia e San Giorgio che uccide il Drago, opera davvero perfetta per la composizione delle figure nello spazio: il paesaggio in basso, uno scorcio di veduta costiera, è uno dei più memorabili paesaggi della pittura italiana.

A destra delle Gallerie dell’Accademia percorrendo tutto il Rio Terrà Foscarini si arriva in Campo Sant’Agnese, alle spalle della Chiesa di Santa Maria del Rosario o dei Gesuati che prospetta sul Canale della Giudecca. Il progetto della chiesa è di Giorgio Massari. Il celebre architetto con Santa Maria del Rosario debutta sulla scena architettonica veneziana mostrando già, in quest’opera, la sua propensione verso una scelta stilistica fatta non di proposte innovative bensì di rielaborazioni personali ponendosi come idelale continuatore dell’opera di Andrea Palladio.

Il progetto del Massari non riguardava soltanto la struttura muraria ma comprendeva anche l’apparato decorativo: gli altari, i banchi, i confessionali, il coro. Per questa ragione il Massari iniziò in questa occasione una proficua e duratura collaborazione con Giambattista Tiepolo e Giovanni Maria Morlaiter che si concretizzerà anche in altri siti: la Chiesa della Pietà, Palazzo Labia, Cà Rezzonico.

Nonostante la costruzione del Tempio del Redentore alla Giudecca, risalente agli anni Settenta del XVI secolo, Venezia venne afflitta da un’altra gravissima epidemia di peste fra il 1630 e il 1631 e anche in quest’occasione il doge fece voto di erigere un nuovo tempio votivo per scongiurare il tremendo pericolo. Il sito venne individuato proprio all’imbocco del Canal Grande, quasi sul Bacino di San Marco, uno dei luoghi più suggestivi di Venezia, dove precedentemente sorgevano un monastero e una chiesa duecenteschi dedicati alla Santissima Trinità che vennero abbattuti per far posto al nuovo edificio religioso.

L’incarico venne affidato all’architetto Baldassarre Longhena, vincitore della gara alla quale parteciparono ben undici progettisti. La scelta del modello da realizzare fu fatta essenzialmente tra due proposte, una di tipo classico che prevedeva lo schema planimetrico tradizionale e una di tipo innovativo, a pianta centrale. Lo scopo principale della realizzazione di un nuovo tempio era quello di dare speranza ai veneziani che erano stremati e vivevano in uno stato di pessimismo fino allora sconosciuto. Si decise di scegliere il progetto del Longhena che non aveva ancora mai operato a Venezia.

Quando egli stesso definì la chiesa “una rotonda macchina chè mai s’è veduta né mai inventata”, era un’opera di concezione del tutto nuova non solo per Venezia ma per tutta l’Italia. Longhena non riuscì a vedere il termine dei lavori che cominciarono nel 1631, perché morì prima.La magnificenza e l’unicità dell’apparato architettonico, la qualità delle decorazioni interne, la Madonna nera di Missopanditissa autentica perla dell’arte bizantina, rendono la Chiesa di Santa Maria della Salute uno dei luoghi di culto più amati. La chiesa è meta una volta all’anno, il 21 novembre, giorno ufficiale della fine del contagio dalla pesta, di un vero e proprio pellegrinaggio di massa e di una festa popolare. All’uscita dalla messa solenne la festa si trasforma in festa profana con bancarelle straripanti di frittelle, zucchero filato e dolci di ogni tipo.

La chiesa ha pianta ottogonale ed è sormontata da una gigantesca cupola poggiante su oto pilastri di dimensioni eccezionali mentre tutto intorno si svolge un peribolo con sei cappelle. La cupola maggiore si conclude con la lanterna cui fa da cornice la balaustra e otto obelischi con globo, al di sopra si erge la Madonna Immacolata che regge il bastone di “capitana del mar”.

La Serenissima aveva interpellato il Bernini per l’esecuzione dell’altare manggiore che però si rifiutò e dunque l’altare venne realizzato dallo stesso Longhena. L’interno è rigoroso, semplice, austero tanto quanto l’esterno è invece ricco di figure plastiche, di membrature e ornati.

La decorazione interna, pittorica e plastica vanta veri e propri gioielli che contribuiscono a rendere memorabile una visita a questo splendido tempio.

Dalla Chiesa della Salute ritornate nei pressi del Ponte dell’Accademia, dal Campo della Carità imboccate il Terrà Carità, girate a sinistra subito dopo aver superato Palazzo Giustiniani Recanati attraversate il ponte e vi troverete alle spalle della Chiesa di San Trovaso sull’omonimo campo. Il santo a cui la chiesa è dedicata in realtà non esiste. Trovaso è infatti la deformazione vernacolare e la riduzione fonetica dei nomi dei due santi gemelli e martiri, Gervasio e Protasio, figli di San Vitale da Ravenna, ai quali la chiesa è dedicata. La chiesa che si affaccia sul campo San Trovaso, un po’ interno rispetto alle Zattere e non molto discosto dall’Accademia venne certamente edificata nella prima metà del IX secolo ma è molto probabile che gia dall’VIII secolo fosse presente un luogo di culto. La chiesa subì vari rifacimenti fino al 1583 quando il vecchio edificio veneto-bizantino a tre navate implose su se stesso. Secondo alcuni critici il progetto per la nuova chiesa venne realizzato da Andrea Palladio, in realtà la critica più recente assegna la chiesa a uno dei suoi allievi, Francesco Smeraldi che già in altri templi palladiani aveva dato il suo contributo.

L’architetto dotò la chiesa di due facciate, entrambi di pari importanza, la principale che prospetta sul piccolo e raccolto campo di San Trovaso e quella laterale, in corrispondenza della testata del transetto che si affaccia sul piccolo ma trafficato rio di San Trovaso che collega il Canal Grande al Canale della Giudecca. Entrambe sono del tipo a capanna, a doppio ordine e presentano, come elementi significativi le grandi finestre semicircolari. L’interno ha la pianta a croce latina e lo spazio è molto maggiore di quello che sembrerebbe proporre il perimetro esterno e soprattutto molto articolato. Le opere di maggior pregio possedute dalla chiesa si trovano nella Cappella del Santissimo Sacramento: l’Ultima Cena di Jacopo Tintoretto e San Crisogono a cavallo di Michele Giambono (metà del XV secolo). Poco distante dalla chiesa c’è lo Squero di San Trovaso, uno dei tre ultimi cantieri per gondole. E’ un angolo della Venezia artigianale che fin dal XVII secolo fabbrica, ripara, pulisce e calafata le gondole davanti a sorprendenti chalet in legno identici a quelli del Cadore, regione d’origine di molti artigiani del posto.

Percorrete la Fondamenta delle Zattere fino a Palazzo Molin, addentratevi in calle e percorrete il Campo S. Basegio, la fondamenta di San Basilio, attraversate il ponte. La Chiesa di San Sebastiano insiste sul campo omonimo.

E’ un tipico esempio di chiesa rinascimentale ovvero una costruzione ad una sola navata con un presbiterio quadrato che si conclude con un abside semicircolare, coperto da una cupola e affiancato da due cappelle. Una chiesa che presenta motivi di eccezionale interesse per il progetto architettonico e per l’eccezionalità delle soluzioni adottate ma che offre motivo di stupore e fascino perché ospita un ciclo pittorico tra i più straordinari a Venezia, opera di Paolo Caliari detto il Veronese che in questa chiesa operò per gran parte della sua vita artistica dal 1555 al 1570 circa. La decorazione pittorica appare ispirata a una straordinaria unità di cultura nonostante le forti e contrastanti personalità degli artisti che vi lavorarono da Tiziano a Jacopo sansovino, da Alessandro Vitoria a Jacopo Palma il Giovane. La chiesa alla qulae il Veronese aveva tanto dato divenne anche custode delle sue spoglie: l’artista è sepolto sotto il busto che lo rappresenta di fianco all’organo coperto da una lapide.

A pochissima distanza dalla Chiesa di San Sebastiano sorgela Chiesa dell’Angelo Raffaele. Secondo la tradizione questa chiesa sarebbe di antichissima fondazione e avrebbe fatto parte della serie delle otto chiese erette a Venezia dal vescovo di Oderzo San Magno. Le stesse fonti a cui attinge tale tradizione ci tramandano di ben tre gravi incendi che la fabbrica subì nell’899, nel 1106 e nel 1149 per cui la chiesa fu ricostruita per ben tre volte. All’inizio del Seicento la chiesa si presentava in condizioni statiche talmente precarie da consigliarne la demolizione e provvedere a una ricostruzione. I lavori si conclusero tra il 1743 e il 1749. La chiesa ha pianta a croce greca e prospetta la facciata sul Canale dell’Angelo Raffaele ma risulta più agevole l’ingresso laterale. Tutta la parte interna della chiesa è stata rimaneggiata nel Settecento ed è infatti il bellissimo gruppo di dipinti settecenteschi ad attrarre il visitatore attribuiti a Francesco Guardi.
 

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