Itinerari: San Marco

Per raggiungere il sestiere di San Marco e la omonima Piazza non si incontra nessuna difficoltà perché ad ogni angolo viene indicata da frecce la direzione da seguire.

San Marco è il sestiere più piccolo per estensione ma in esso è racchiuso il cuore politico e religioso della città. Piazza San Marco è l’unica Piazza della città che si affaccia sul bacino marino: ricca di monumenti e palazzi raccoglie oltre quindici secoli di storia e di arte. Nucleo originario (assieme a Rialto e a San Pietro di Castello) nella formazione di Venezia, è sempre stata abitata, così come l’intero quartiere, principalmente dalla nobiltà. Piazza San Marco è il salotto dei veneziani: lo spazio aperto deputato a ospitare tutti gli avvenimenti più importanti della vita cittadina. Secondo le cronache Piazza San Marco venne pavimentata in cotto per la prima volta nel 1267 mentre prima era un brolo, un campo in erba alberato, separato dal sagrato della chiesa di San Marco da un piccolo canale.
Una seconda pavimentazione della piazza si ebbe nel 1392 per ordine del Doge Antonio Venier con riquadri di pietre cotte inframmezzate da listoni di marmo bianco.
Seguirono, nel corso dei secoli, altre pavimentazioni fino a quella del 1893 quando la piazza venne rinnovata con il disegno attuale. La Piazza è a forma trapezoidale (lunga 176 m, larga 82 sul lato della basilica e 57 sul lato opposto). E’ chiusa su tre lati dalle Procuratie suddivise in Procuratie Vecchie sul lato sinistro e Procuratie Nuove sul lato destro unite tra loro dall’Ala Nuovissima o Ala Napoleonica costruita per volontà dell’imperatore francese all’inizio dell’Ottocento. Le Procuratie erano state un tempo costruite per ospitare uffici e abitazioni dei cosiddetti Procuratori, la carica statale più importante dopo quella del doge.

Le Procuratie Vecchie che si elevano per due piani sopra le 50 arcate del portico sono le più antiche risalendo al XII secolo. Il primo piano venne ricostruito a cavallo tra il XV è XVI secolo su disegno dell’architetto Mauro Codussi. In seguito al terribile incendio del 1512 che distrusse buona parte delle strutture della piazza vennero, in un primo tempo, riprese da Bartolomeo Bon e Guglielmo Grici e, in un secondo momento, da Jacopo Sansovino che ne portò a termine la costruzione nel 1532.

Se giungete a Piazza San Marco dalla via di terra oltrepassando cioè il Ponte di Rialto attraverserete la Torre dell’Orologio uno dei monumenti più amati dai veneziani. Nella sua originaria struttura la porta non era intesa come porta d’accesso alla Piazza ma come porta d’accesso dalla Piazza San Marco alle Mercerie, il souk veneziano, alla zona commerciale e a Rialto cioè il centro finanziario veneziano. Le statue di bronzo che si muovono a segnare le ore sono chiamate dai veneziani “i due mori”, per via del colore scuro del bronzo che ricordava i molti schiavi orientali presenti, un tempo, in città. Sono alte 270 cm. la torre ha subito numerosi restauri e rimaneggiamenti così come l’orologio.

A sinistra della torre dell’orologio, sul lato settentrionale della basilica, si apre la Piazzetta dei Leoncini così chiamata per la presenza di due splendidi leoni in marmo rosso di Verona scolpiti da Giovanni Bonazza nel 1722. Al centro della piazzetta si trova una caratteristica vera da pozzo opera di Andrea Tirali con una piccola fontanella che è l’unico esempio nell’area marciana. Sul fondo della Piazzetta si erge il Palazzo Patriarcale, una tappa fondamentale nell’itinerario tintorettiano perché al suo interno si trova il ciclo della Vita di Santa Caterina (1557).

Il monumento più importante, quello per cui file interminabili di turisti percorrono le calli vociando e chiedendo informazioni ai veneziani, è la Basilica di San Marco. John Ruskin ne Le Pietre di Venezia, la più completa descrizione di Venezia che sia mai stata scritta, dice che: “L’effetto di San Marco deriva non solo dalla delicatezza di tutte le sculture ma soprattutto dai suoi colori che sono il più sottile, il più cangiante colore del mondo, quello del vetro, dell’alabastro trasparente, del marmo lucido e dell’oro”. La Basilica di San Marco fu iniziata molti anni prima della IV Crociata, forse nel 978, ma fu completata solo nel 1275 e l’opera di abbellimento proseguì fino al XVIII secolo. La cosa che maggiormente colpisce nella basilica è il suo pronunciato aspetto orientale: sembra un tempio dorato uscito dalle pagine delle Mille una Notte e in effetti fu disegnato e costruito su modello di una chiesa orientale: la Chiesa di Santi Apostoli a Costantinopoli.

I veneziani dei secoli passati furono dotati di un gusto squisito nell’impiego dei colori; questo talento combinato a uno straordinario senso dell’atmosfera, della luce e dello spazio li avrebbe distinti dalle altre scuole italiane.

La percezione del colore è un dono largito a una persona e negato ad un’altra, è come l’orecchio musicale e il primo requisito per un vero giudizio su San Marco è la perfezione di quella facoltà di percepire il colore che poche persone si preoccupano di sapere se possiedono o meno. San Marco possiede l’incanto del colore in comune con la maggior parte dell’architettura e delle arti applicate dell’oriente e i veneziani sono l’unico popolo europeo che abbia simpatizzato interamente con il grande istinto delle razze orientali.

La facciata esterna della basilica è articolata su cinque ordini di arcate, sormontate da una balaustra esterna. L’interno delle arcate è ricoperto di mosaici. Attorno alla lunetta centrale che sovrasta l’entrata principale della basilica sono scolpiti tre archi decorati da antichissimi bassorilievi del XIII secolo rapppresentanti i mesi, le virtù, i profeti e i mestieri più diffusi nella Venezia di allora. Sopra la balaustra si trova la famosissima quadriga importata nel 1204 dal doge Enrico Dandolo, quale bottino di guerra alla fine della Quarta Crociata. Anche l’interno è tutto un rifulgere d’oro e uno scrigno di eccezionali capolavori. Ricordiamo il presbiterio della chiesa sopraelevato sulla cripta e separato dal resto della chiesa dalla maestosa iconostasi in marmi policromi. L’altare maggiore custodisce le spoglie di San Marco rinvenute dentro una cassa all’interno della cripta durante un restauro Ottocentesco. Dietro l’altare maggiore è visibile la Pala d’Oro, mirabile realizzazione dell’oreficeria veneto-bizantina, al cui completamento lavorarono vari artigiani per oltre trecento anni dal X al XIV secolo. A sinistra si trova la cappella della Nicopeia (Operatrice di Vittoria), autentico capolavoro dell’arte bizantina del XII secolo molto amata dai veneziani e considerata protettrice della città. Sul lato destro della chiesa si trova il battistero che oltre ad alcune tombe di dogi ospita la lastra tombale di Jacopo Sansovino, grandissimo architetto e scultore e autore del Fonte Battesimale. Dall’interno della chiesa si può accedere alla cripta e al Tesoro di San Marco, preziosissima raccolta di oggetti liturgici e religiosi dell’XI e XII secolo.

Le Procuratie Nuove si allungano sul lato destro della piazza guardando la basilica. Vennero realizzate su disegno dell’architetto Vincenzo Scamozzi dal 1856 limitatamente alla prime dieci arcate a partire dall’angolo del campanile. Nel 1640 Baldassarre Longhena ne terminò la realizzazione. Originariamente erano suddivise in nove appartamenti destinati ai nove procuratori di San Marco. Al cadere della Repubblica vennero trasformate in Palazzo Reale per la corte napoleonica. Oggi sono di proprietà demaniale e ospitano le raccolte del Museo Correr e del Museo Archeologico.

Sotto i portici, circa a metà, è ancora aperto, sempre vivace e arcinoto, l’antico Caffè Florian, celebre sin dal Settecento per essere frequentato dall’elite artistica, intellettuale, politica della città e non solo.

L’Ala Nuovissima o Ala Napoleonica delle Procuratie venne realizzata all’inizio dell’Ottocento.

La Piazzetta San Marco era la porta d’accesso alla città dal mare. La piazzetta, delimitata, di fronte dal Bacino di San Marco e dalle due strutture architettoniche del Palazzo Ducale e della Libreria Sansoviniana, aveva il significato di spazio aperto deputato a raggiungere i due grandi centri del potere cittadino: il Palazzo Ducale, sede del potere politico, e la Basilica di San Marco, sede del potere religioso. La piazzetta è impreziosita da due imponenti colonne di granito orientale rosa e grigio che portano sulla sommità il Leone alato, simbolo della Repubblica, e San Teodoro, primo santo protettore della città. Collocare le due colonne fu, all’epoca, un’operazione difficilissima. Pare che le due colonne furono portate a Venezia da Costantinopoli (ne esisteva anche una terza che si inabissò e non fu mai più trovata) alla fine del XII secolo. Nell’impresa di mettere in piedi le colonne riuscì nel 1172 Nicolò Barattieri con un sistema molto ingegnoso che consisteva nel bagnare le corde che fungevano da tiranti per poi lasciarle asciugare. Asciugandosi, le corde si tendevano e, a poco a poco, si sollevarono. A quanto si racconta il Barattieri, in cambio del successo, chiese o ottenne dal Doge la privatizzazione dell’appalto per il gioco d’azzardo svolto nello spazio urbano tra le due colonne arricchendosi enormemente.

Sempre in Piazzetta ma vicino all’entrata di Palazzo Ducale si trovano i due pilastri detti acritani, importati dai veneziani da San Giovanni d’Acri. La Signoria voleva con questa esposizione dimostrare al mondo la sua potenza politica e militare. Le colonne un tempo sostenevano una parte dell’ingresso di San Saba in Acri e sono testimonianza dello splendore della Venezia medievale.

Dal medioriente provengono anche i “quattro mori”, il gruppo di porfido rosso che rappresenta, secondo la tradizione, la Tetrarchia e l’abbraccio concorde dei quattro tetrarchi: Diocleziano, Galerio, Massimiliano e Costanzo. La scultura egizio-siriaca si riferisce al IV secolo.

Il Palazzo Ducale è stato fino alla caduta della Repubblica nel 1797 la residenza del doge ed è tuttora il simbolo della civiltà veneziana, della sua tradizione politica, militare, economica e culturale. Fondato come castello nel IX secolo subì la prima radicale trasformazione negli 1172-72. Ulteriori, massicci interventi iniziarono nel XIV secolo e continuarono fino al 1463. Il Palazzo venne distrutto due volte a causa di gravi incendi nel 1484, la prima volta e, nel 1577, la seconda.

Si accede al Palazzo attraverso la Porta del Frumento e ci si ritrova nel cortile interno chiuso da splendidi porticati. Nel cortile si trovano due vere da pozzo in bronzo realizzate nel Cinquecento. Al pianterreno si può visitare il Museo dell’Opera. Dal cortile, attraverso la Scala dei Censori si accede al primo piano, una magnifica vista sul bacino di San Marco. La Scala d’Oro guida all’appartamento del Doge. Le sale dell’appartamento sono decorate da splendidi camini e molte opere di scuola veneziana. Al secondo piano sono ospitate le sale di riunione delle più alte Magistrature dello Stato: la Signoria, il Senato, il Consiglio dei Dieci con opere di Tintoretto, Tiziano, Jacopo Palma il Giovane, Veronese, Hieronimus Bosh e altri.

Terminata la visita al Palazzo si esce attraverso la Porta della Carta, opera di Giovanni e Bartolomeo Bon del 1438 e la porta conduce attraverso il Porticato Foscari alla monumentale Scala dei Giganti (1484-1501), l’antico ingresso d’onore, chiamato così per la presenza sulla sommità di due statue rappresentanti Nettuno e Marte, opera di Jacopo Sansovino alle spalle delle quali si svolgevano le cerimonie di incoronazione dei nuovi dogi.

Di fronte alla Basilica di San Marco, un po’ spostato sulla destra, si erge il famosissimo Campanile, con la cuspide rivestita di lamiere dorate e che veniva utilizzato, di notte, come faro per le navi accendendo dei fuochi all’interno della cella campanaria. Con le sue cinque campane segnava la vita dei veneziani. La Marangona (o Campanòn) suonava quando le maestranze iniziavano o terminavano il lavoro e batteva il mezzogiorno, la Trottiera chiamava i nobili (che arrivavano a cavallo) alle sedute del Maggior Consiglio, la Renghiera annunciava l’esecuzione delle condanne a morte, la Mezzaterza ricordava ai fedeli le funzioni religiose, la Mezzana indicava il termine ultimo in cui si potevano spedire le lettere a Rialto, il Campanone di Candia suonava insieme a tutte le altre per annunciare le feste o la visita di personaggi importanti.

Galileo Galilei presentò, nel 1609, all’interno della cella campanaria, la sua invenzione: il telescopio. Alla base del campanile si trovavano delle botteghe e delle bancarelle in legno di artigiani e rivendite di vini che si spostavano seguendo l’ombra. Proviene da qui l’usanza veneziana di chiamare il bicchiere di vino Ombra, probabilmente la consuetudine di bere un bicchiere in compagnia all’ombra del campanile portò nel dialetto il modo di dire “prendere un’ombra”.

Il Campanile ha una lungo storia costruttiva dal 888 al 1173. I nemici più pericolosi di questa costruzione sono stati da sempre i fulmini che colpivano la sua cima e spesso la incendiavano, ma anche i terremoti come quello del 1511.
Su proposta dell’abate Giuseppe Toaldo nel 1776 fu applicato il primo parafulmine.
Il 14 luglio del 1902 alle 9.47, accompagnato da un rombo che si udì in tutta la laguna, il campanile si afflosciò su se stesso. Non vi furono vittime fatta eccezione per qualche colombo e il gatto che faceva compagnia al custode. Delle cinque antiche campane solo la Marangona rimase intatta; anche la loggetta sansoviniana venne travolta dalle macerie.
Con lo slogan “dov’era com’era” si iniziarono immediatamente i lavori di recupero e di ricostruzione del Campanile e della Loggia.
L’altezza del campanile è di 100,060 metri. Fino a pochi anni fa si saliva a piedi in cima, oggi è possibile salire sulla cella campanaria con l’ascensore.

La loggetta del Campanile di San Marco fu realizzata da Jacopo Sansovino tra il 1537 e il 1549 e si trova alla base del campanile. La terrazza con balaustra davanti alla facciata fu aggiunta posteriormente nel 1663.

L’Angelo Gabriele di legno rivestito di lamine di rame dorato venne collocato sul campanile in sostituzione della croce nel 1511. Anche l’Angelo, esposto alle intemperie, fu colpito dai fulmini più volte fino a quando crollò sulle botteghe che circondavano il campanile nel 1745. Con il crollo del campanile del 1902 l’Angelò andò a finire proprio di fronte alla porta della Basilica e venne restaurato, in seguito, secondo un modello neoclassico. L’Angelo fa parte della memoria collettiva dei veneziani e, dopo l’accaduto, l’attuale sindaco Massimo Cacciari ne parlò come di un’opera “necessaria” della della quale non si poteva e non si può più fare a meno.

La Libreria Sansoviniana è uno dei maggiori capolavori di architettura di Venezia e non solo. Jacopo Sansovino eseguì il progetto limitatamente alle prime sedici arcate tra il 1537 e il 1553. L’opera fu complettata da Vincenzo Scamozzi nel 1588 che realizzò le ultime cinque arcate verso il molo. Le arcate del piano terra sono di ordine dorico sovrastate dall’ordine ionico del loggiato. Come coronamento una balaustra sormontata da statue di divinità classiche. Il portale è ornato con gigantesche statue di cariatidi. Al primo piano si trova il vestibolo che era stato ideato come luogo destinato a lezioni umanistiche. Nella decorazione a tromp l’oeil del soffitto emerge un dipinto autografo di Tiziano: La Sapienza (1560). Nella Sala della Libreria sono preziosissimi codici che furono donati, nel 1468 circa, dal cardinale Bessarione alla Repubblica di Venezia. La Biblioteca possiede 13.000 manoscritti tra i quali i due codici dell’Iliade più illustri: l’Homerus VenetusA (X secolo) e l’Homerus Venetus B (XI secolo) e quasi un milione di volumi.Tra i tondi che ornano il soffitto della libreria due sono attribuiti rispettivamente a Paolo Veronese e Andrea Schiavone. All’epoca per la decorazione del soffitto venne bandito un vero e proprio concorso vinto da Paolo Veronese con il tondo rappresentante La Musica. Anche i ritratti di filosofi alle pareti furono dipinti da importanti artisti: Tintoretto, Schiavone, Veronese.

Jacopo Sansovino progettò anche il Palazzo della Zecca tra il 1537 e il 1545. Il cortile interno su cui insistono 40 arcate venne , nel 1905, ricoperto con un lucernario in vetro e trasformato in suggestiva sala di lettura. Per accedere all’interno si transita attraverso l’ingresso realizzato da Vincenzo Scamozzi e adornato da due imponenti Telamoni che i veneziani chiamano Mas’cioni. Una zecca a venezia esisteva fin dalla metà del IX secolo ma si trovava nei pressi di Rialto. Nel 1277 venne trasferita a San Marco ed era direttamente controllata dal Maggior Consiglio in una prima fase e succesivamente dal Senato. Dall’inizio del Quattocento coniava annualmente fino a due milioni di monete tra ducati d’oro (zecchini) e d’argento. Venne chiusa definitivamente nel 1870 con l’annessione della repubblica di Venezia allo Stato Italiano. Attualmente ospita parte dei depositi della Biblioteca Marciana.

Uno degli angoli più fotografati dai veneziani il Ponte dei Sospiri e per osservarlo bisogna soffermarsi sull’antichissimo Ponte della Paglia che si trova lungo il molo prospiciente il Palazzo Ducale.
Il Ponte dei Sospiri è un ponte in stile barocco, pensile, completamete chiuso che porta direttamente dal Palazzo Ducale al vicino Palazzo delle Prigioni. Il Ponte dei Sospiri è così chiamato perché in esso transitavano i condannati i quali vedevano la luce e guardavano per l’ultima volta il Bacino di San Marco sospirando per la terribile detenzione che li attendeva nelle durissime celle della Serenissima. Nelle prigioni veneziane vennero rinchiusi personaggi quali Giacomo Casanova, che riuscì clamorosamente ad evadere, Niccolò Tommaseo, Daniele Manin e Silvio Pellico di passaggio per lo Spielberg. Nelle celle di tortura sono ancora visibili i graffiti dei detenuti.
Per rivivere questa atmosfera, a dire il vero abbastanza tenebrosa, sono previsti dalla Direzione del Palazzo Ducale degli “Itinerari segreti” che guidano dal Parlatoio agli ambienti che un tempo risuonavano delle grida che provenivano dalle Camere del Tormento.

Provenendo dall’Accademia, dopo aver attraversato il grande ponte in legno che attraversa il Canal Grande ci si immette quasi subito sul vasto e luminoso campo Santo Stefano in fondo al quale si staglia il fianco austero della magnifica chiesa di Santo Stefano.

Fu fondata dagli Eremitani di Sant’Agostino e dedicata a Santo Stefano il primo martire della storia cristiana. La prima pietra della chiesa fu posata nel 1294 e la chiesa fu terminata nel 1325 grazie ai sostanziosi finanziamenti largiti più volte dalla Repubblica. Le cronache narrano che dopo la prima consacrazione la chiesa dovette essere riconsacrata altre sei volte per sacrilegi commessi al suo interno e soprattutto per fatti di sangue.

L’interno della chiesa è a tre navate a ventaglio scandite da colonne in pietra rossa veronese e marmo greco alternate. L’ambiente conserva molte delle caratteristiche del gotico più maturo. Da notare il bel soffitto a carena di nave rovesciata riccamente decorato e assimilabile a quello di San Giacomo dell’Orio. La facciata è in mattoni a vista tripartita da lesene con una serie di archetti pensili nelle finestre laterali, nel rosone centrale e nel coronamento del portale d’ingresso. Il campanile è in mattoni e pietra D’Istria, inclinato come molti dei campanili veneziani. Secondo alcune cronache la sera del 7 agosto 1585 un fulmine colpì il campanile facendo addirittura fondere le campane e il Consiglio dei Dieci decise di fare dono agli Agostiniani di Santo Stefano di quattro campane provenienti dall’Inghilterra e che erano state donate dalla regina Elisabetta dopo aver fatto demolire le chiese e i campanili cattolici.

La decorazione pittorica e plastica dell’interno è particolarmente ricca. All’interno della sacrestia maggiore si possono ammirare ben quattro tele di Jacopo Tintoretto e della sua bottega. Altro grande artista presente in questo spazio è Antonio Vivarini, maestro muranese del XV secolo.

Il Campo Santo Stefano è stato teatro in passato di molti avvenimenti curiosi. Ricordiamo che in questa piazza si è svolta, fino al 1802, la caccia dei tori che venne, in seguito, proibita per evitare spiacevoli incidenti. Al centro del campo sorge il monumento al letterato e patriota Niccolò Tommaseo.

Il Museo Archeologico Nazionale, in Piazza San Marco, ospita una importante raccolta di sculture antiche fra cui originali greci di notevole importanza. In esso sono esposti inoltre bronzi, gemme, monete, ceramiche, antichità assiro babilonesi ed egizie.

Il Museo Correr è parte integrante dell’itinerario marciano che con un solo biglietto permette di visitare il Palazzo Ducale, il Museo Correr, il Museo Archeologico e la Biblioteca Nazionale Marciana. Sede, in epoca napoleonica, dela Palazzo Reale, dal 1922 è sede del Museo Correr formatosi a partire dalle collezioni che il patrizio Teodoro Correr lasciò in eredità alla città nel 1830. Sono diversi i percorsi da effettuare all’interno del Museo: le sale neoclassiche, le raccolte storiche sulle istituzioni, le vicende urbanistiche, la vita quotidiana della città, la pinacoteca. Quest’ultima è una delle rassegne più suggestive e ricche della pittura veneziana dalle origini al primo Cinquecento con opere, tra gli altri, di Lorenzo Veneziano, dei Bellini, di Carpaccio, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Lorenzo Lotto proposte nel suggestivo allestimento di Carlo Scarpa.

Il Museo Fortuny è attualmente ospitato nella grande mole gotica del Palazzo Pesaro degli Orfei, acquistato e restituito alla sua antica struttura dal geniale artista spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo. Il palazzo divenne abitazione, studio e laboratorio di questo eclettico personaggio, autentico artista globale i cui interessi spaziavano dalla pittura alla fotografia, dalla scenografia teatrale alla creazione di colori, dal disegno di moda all’illuminazione. Alla sua morte il palazzo passò in eredità alla moglie Henriette che a sua volta nel 1956 lo donò al Comune di Venezia. Il Museo è la ricostruzione dell’abitazione di Mariano Fortuny con le tappezzerie, i quadri, i mobili insomma un vero e proprio spaccato della Bella Epoque.

L’Harry’s Bar è uno dei bar più famosi del mondo pur non essendo un vero e proprio bar. Un bar che secondo il suo artefice, Giuseppe Cipriani (1900-1980) poteva rivoluzionare l’idea che si associa a questo tipo di esercizio ancorchè di lusso e no alla poetata di tute le tasche.

Giuseppe Cipriani fu il creatore dell’Harry’s, della Locanda di Torcello, dell’Hotel Cipriani alla giudecca e fu autire anche di un libro di momorie dove si domostra come un albergatore possa aver ricevuto monarchi, premi Nobel, artisti, quasi fosse stato un ambasciatore.

La sede inizialmente era soltanto un amgusto magazzino in una calle cieca dal momento che il Ponte della Zecca venne costruito solo alcuni anni dopo e non esisteva ancora la fermata Vallaresso. Anche l’arredamento non venne idesto da un architetto ma da un gentiluomo veneziano, Gianni Rubin de Cervin.

Lo conosceva bene Hemingway che era un habituè del locale dove ambienta alcuni brani di Across The River and into the Trees o qualcuno dei suoi Quarantanove Racconti.

Un bar che lega Venezia a New York. Una correlazione strutturale che Arrigo Ciprani ribadisce nelle sue memorie: “ per rendermi conto di essere proprio a New York doveveo guardare fuori attraverso i vetri delle finestre sulla Quinta Avenue per controllare se davvero le luci bianche che si muovevano la sera erano quelle delle automobili oppure quelle di veloci motoscafi nel Bacino di San Marco. Perché, dentro, le voci, la tranquilla turbolenza dei clienti, la sensazione che tutti fossero a loro agio erano identiche a quelle di Venezia. Così, piano piano, cercai di capire in che cosa si assomigliassero queste due fantastiche città. E mi saltarono all’occhio le loro asimmetrie per esempio. Perché se Venezia è già per sua natura asimmetrica, gli uomini a New York hanno raggiunto le loro. New York su un disegno orizzontale assolutamente geometrico ha trovato le sue asimmetrie nei grattacieli…. I Palazzi sul Cana Grande sono le chiese di uomini potenti, i grattacieli stupendi obelischi che tendono verso il cielo. Poi ancora in tutte e due le città si va a piedi. Poi una è, l’altra è stata la capitale dei commerci del mondo conosciuto”.
 

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