Introduzione a Venezia

Una gemma color arancio poggiata su una lastra di vetro azzurro: ecco Venezia vista dall’alto. Un grande appartamento fatto di corridoi e salotti, un luogo dove si cammina sempre dentro, dove non si è mai fuori, dove non esiste veramente la privacy: ecco, dalle pagine di Henry James, Venezia all’interno.

Chissà se la passione veneziana per la maschera è nata proprio dal bisogno di incognito e di protezione della propria identità.

Sono infinite le pagine dedicate a Venezia perché la città “E’ una dimensione dell’animo sicchè con essa deve, prima o poi fare i conti, chiunque usi tenere la penna in mano”.

Come è nata Venezia

E’ una città unica nel suo genere, pensate solo a come è stata costruita, come fa a reggersi senza che sprofondino le sue fabbriche talvolta imponenti come i campanili di Piazza San Marco o la Basilica della Salute o la Chiesa del Redentore. Da sempre per la costruzione di un edificio, piccolo o grande, la città ha dovuto fare i conti con l’acqua, la salsedine, il fango e la sabbia.

Venezia è sorta su una immensa foresta di alberi rovesciati. I veneziani operavano in modo relativamente semplice: delimitavano l’area destinata alle fondazioni con due serie di palificazioni parallele tra loro distanti circa 80 cm, riempivano lo spazio tra le palificate con fango, svuotavano dai residui d’acqua la zona che era stata chiusa e, una volta asciutta, cominciavano a piantare tronchi d’albero, uno vicino all’altro, tanto in profondità da raggiungere il terreno solido. Le teste dei tronchi venivano quindi parificate e gli interstizi tra un tronco e l’altro venivano riempiti con cocci, pezzi di mattoni, rottami vari, pietre, impastati con calcestruzzo. Sulle teste parificate si costruiva una tavolata di panconi di larice o di olmo.
I pali conficcati nel fango diventavano così resistenti e cementati tra loro da conservarsi in ottime condizioni per secoli.

L'acqua alta a Venezia

A Venezia si sentono suonare ancora le sirene che annunciavano le incursioni aeree della seconda guerra mondiale: sono rimaste in cima ai campanili e adesso segnalano le incursioni marine quando sta per montare l’acqua alta. Cominciano a farsi sentire tra le cinque e le sei di mattina e, se non vi è mai capitato di sentirle o non avete ascoltato, la sera prima, il bollettino dei naviganti, state certi: è un vero e proprio brivido. L’acqua alta è una sciagura relativamente recente, risale al secolo scorso quando una parte della laguna venne interrata e canali profondi vennero scavati per non far incagliare le petroliere permettendo al mare di allagare la città dopo pochi minuti. L’emergenza scatta oltre il metro e dieci. Gli abitanti insonnoliti fissano agli ingressi le paratie d’acciaio, infilano piccole dighe nelle cornici di metallo gommato sugli stipiti delle porte di casa. I commercianti avviano gli interruttori delle pompe idrauliche e cercano di mettere al riparo le merci per non vederle galleggiare in calle, le squadre speciali di netturbini escono all’alba a montare le passerelle di legno nelle calli più sommerse.

In giro per Venezia: a piedi o in gondola

A Venezia si va a piedi (come a New York) o in vaporetto o in gondola e quest’ultima è uno dei tanti simboli della città nella laguna.

La parola gondola si trova per la prima volta in un decreto del doge Vitale Falier del 1094, l’etimologia potrebbe derivare da due termini latini: cymbula che vuol dire "barchetta" o anche conche che vuol dire "conchiglia". Oppure potrebbe essere anche una parola derivante dal greco Kuntecas: "barca a spinta".

La gondola che vediamo ai nostri giorni è il risultato di lente trasformazioni avvenute nel corso dei secoli sia nella forma che nelle dimensioni e nelle finiture. L’insieme ricorda una mezzaluna galleggiante. Le caratteristiche più evidenti dell’imbarcazione sono il ferro, la forcola e il remo. Si possono trovare decorazioni di vario tipo: cavallucci marini, delfini, figure mitologiche, l’imbottitura nei braccioli, i sedili di stoffe colorate, la toleta a spigolo intarsiata o dipinta, i tappeti colorati. Un tempo la gondola aveva un altro elemento che la caratterizzava: il felze, una piccola cabina aperta che faceva da rifugio da sguardi indiscreti e che fu definitivamente abbandonata nella prima metà del Novecento. Nel XVI secolo a Venezia si contavano quasi diecimila gondole che erano addobbate e dipinte con colori sgargianti. A causa dei vari lutti subiti dalla città e per le leggi della Repubblica contro lo sfarzo sia le gondole che i felze diventarono neri.

E’ bello osservare un gondoliere che quando smonta dalla sua barca svita la forcola come se chiudesse a chiave la porta di casa. Senza la forcola (lo scalmo) la gondola è impossibile da manovrare perchè, grazie alla sua particolare conformazione, gira in tondo.

Il ferro invece è un vero e proprio elemento decorativo: si tratta di un rostro metallico posto all’estremità della prua, con sei denti sul davanti e uno dietro. La tradizione indica nei sei “denti” i sestieri di Venezia, nell’altro la Giudecca e nalle parte incurvata superiore il corno ducale: il cappello del Doge.